Coronavirus: Il decalogo di Assopanini e Confcavallo

– Prima di mangiare un cavallo e sbizzero lavati bene le mani;

– Se non ti puoi lavare le mani opta per una porzione in vaschetta;

– Evita di aggiungere i gamberetti se hai già scelto i funchetti;

– Quando aggiungi il tabasco non toccarti gli occhi per almeno due ore;

– Se opti per l’asporto assicurati che la stagnola chiuda ermeticamente il panino;

– Se il cavallo è finito sostituiscilo col cosciotto o con la vaddostana;

– Il pollo impanato è più sicuro: opta per la cotoletta o il Coddonblu;

– Evita la sassa di soia e preferisci l’ogghiorepipi;

– I Biustel solo spaccato con la mozzarella;

– Usa la mascherina solo se hai condito il tuo cavallo con sassaemayoness, doppia cipolla, funchetti, senape, olive piccanti e sbizzero.

Maschere

Un carnevale di tanti anni fa, a Palazzolo Acreide, durante la sfilata dei carri allegorici, in mezzo alla bolgia di maschere che saliva verso la piazza centrale del paese, mio padre, sorridendo, indicò una persona e mi disse: “guarda quello, si è vestito a Bazzano”. Io ero un bambino e pensai: “Ma come è possibile? Mica era uno famoso!”. Bazzano era un amico di mio nonno, giocavano insieme a carte, vestiva sempre in maniera impeccabile e zoppicava vistosamente dalla gamba destra. Mi voltai per osservare quest’uomo che indossava un completo grigio, un cappello di feltro grigio e che affrontava la strada in salita con passo inconfondibile. Rimasi attonito per qualche secondo, poi improvvisamente capii: non era una maschera, era Bazzano, quello vero.

Vivienne

La mia prima casa a Bologna era al quarto piano di una palazzina senza ascensore, prima periferia di un quartiere borghese, aveva i mobili degli anni ’50 identici a quelli di mia nonna Michela e ci abitavamo in tre: tutti studenti, tutti capelloni, tutti corresponsabili dello scarico otturato della vasca da bagno. Ogni volta che lo Zio Peppe ci veniva a trovare, arrivava su con il fiatone e la prima cosa che diceva era: “picciotti, a prossima casa cu l’ascensore, piffauri!”. Nell’ingresso c’era una cassapanca di legno con sopra un telefono, il contascatti e un quadernone per segnare la durata delle telefonate e facilitare la ripartizione delle quote in bolletta. Io, lo confesso, il primo anno avevo la zita a Siracusa e un paio di volte ho alterato i registri. Poi, dispiaciuto, per riparare compravo per tutti  la birra del discount o i Pan di Stelle del Mulino Bianco. Abitavo lì quando presi da un punkabestia in via Zamboni, la mia prima bici rubata. Era grossolanamente spruzzata di nero, aveva tre marce e la dinamo sulla ruota davanti. Se la si osservava da vicino si potevano scorgere tutti gli strati delle vernici e dei colori dei precedenti furti, come in una rappresentazione delle ere geologiche. La comprai per diecimila lire poi mi diressi subito da un ferramenta e acquistai un lucchetto buono e una catena  d’acciaio per venticinquemila. In quella casa ho fatto i primi passi verso l’integrazione e la comprensione di una nuova cultura, ho imparato a rispondere in maniera garbata ma risoluta a chi al citofono chiedeva “il tiro” e a dire “Fontaniere”, “Cartola” e “Rusco” senza ridere.

Poi, ad un certo punto, dopo qualche anno me ne sono andato perché volevo vivere da solo. Il proprietario della nuova casa mi disse che le chiavi del monolocale le aveva lasciate a Vivienne, la ragazza che abitava l’appartamento attiguo. Arrivai con due valigie piene di roba, il basso, la chitarra, l’amplificatore e degli scatoloni pieni di dischi e di libri. Suonai al portone senza ottenere alcuna risposta, ero pronto a dire: “Sono Emiliano, mi dai il tiro?”, invece sentii solo il rumore metallico della serratura che scattava. Salii al secondo piano, la porta era socchiusa e la vidi: Vivienne era sdraiata sul pavimento e faceva yoga, a casa mia. Mi aveva comprato della frutta e una bottiglia di champagne. Ci presentammo, lei aprì la bottiglia, bevve a canna, un sorso lungo e disperato e cominciò a raccontarmi una delle sue vite. Diventammo amici. Lei non smetteva mai di parlare: un giorno era la figlia di un chirurgo internazionale, il giorno dopo suo padre era un diplomatico o un notaio o un capitano d’industria in Vietnam. Sì perché Vivienne Marchand era franco-vietnamita, aveva un caschetto di capelli neri e sottili come la seta ed era matta da legare. Amava raccontare di sé e parlava in continuazione dei palazzi di sua proprietà a Parigi, ad Hanoi e a Ho Chi Min City, inventava storie di sana pianta, altre le estrapolava da vecchia filmografia francese anni ’30 tipo “Le château de verre” o “Juliette ou La clef des songes”.

Poteva bussare alle tre di notte per confidarmi un segreto, farmi trovare davanti alla porta, in regalo, una cassa di Sangiovese Riserva o lasciare debiti a nome mio all’alimentari sotto casa. Era l’amante di un importante dirigente del Bologna Calcio, la loro era una storia tormentatissima e complicata che andava avanti da diverso tempo. La moglie di lui aveva intuito qualcosa e c’era stato un periodo di separazione forzata ma poi, la relazione era ripresa ancora più passionale e allora Vivienne, per confondere le acque, mi trascinava tutte le domeniche allo stadio. Per un anno, tenendola per mano, ho assistito insieme a lei, in poltronissima, a tutte le partite casalinghe del Bologna, seduto due file sopra la famiglia del suo amante. Poi un giorno, improvvisamente, la relazione tra di loro finì in maniera brusca. Forse la moglie di lui lo mise con le spalle al muro, forse lo obbligò definitivamente a scegliere e lui preferì la famiglia, questo non saprei dirlo con certezza, Vivienne non me lo disse mai. Fatto sta che era disperata, non faceva altro che piangere e non c’era modo di consolarla, tutta la cerchia di amici che ruotavano nel mondo del calcio la abbandonò senza scrupoli. Io cercai di fare quello che potevo ma ero spesso fuori casa, studiavo, lavoravo in radio e suonavo. Una notte bussò alla mia porta, come al solito non riusciva a stare ferma ma stavolta piangeva. Mi disse che un paio di ore prima, disperata, aveva ingerito un mix di tranquillanti e di altre pillole che aveva trovato a casa. Mi prese un colpo! Le dissi che l’avrei accompagnata di corsa in ospedale e che non c’era tempo da perdere, ma lei non ne voleva sapere. Mi sembrò su di giri come sempre, per niente stordita. Chiamai mio padre per chiedere aiuto, mio padre trasalì e rispose con la voce del terrore perché l’unica altra volta in cui lo avevo chiamato nel cuore della notte ero svenuto facendo la pipì nel bagno di casa e mi ero risvegliato qualche ora dopo sul pavimento, con la faccia insanguinata per via di un sopracciglio rotto e un ematoma viola sopra il ginocchio da botta sul bidè. Gli spiegai la situazione, che era la solita Vivienne, piangeva, certo, ma non mi sembrava rincoglionita da tranquillanti. Mio padre, che aveva avuto modo di conoscerla e certe volte era pure venuto con noi allo stadio, mi disse che non c’era da scherzare o da fare ipotesi, che dovevo farmi dire cosa aveva ingerito e chiamare un’ambulanza.

Andai da lei per farmi dire cosa avesse preso, disse che non se lo ricordava che aveva lasciato tutto sul suo letto. Corsi nel suo appartamento, entrai nella stanza da letto e sul piumone c’erano effettivamente delle scatole di medicinali, mi avvicinai e tirai un sospiro di sollievo: aveva ingerito Maalox, Plasil, dell’omeoprazolo e una bustina di Riopan Gel. Praticamente quello che regolarmente molti miei amici assumevano in hangover, la mattina dopo una sbornia. Tornai chiedendole conto e ragione, lei cambiò atteggiamento e discorso. Mi chiese di preparare un caffè forte, come nei film. Io avevo solo la moka e mezzo pacchetto di Segafredo Intermezzo, quindi, il concetto di forte era piuttosto relativo, comunque, caricai la caffettiera e la misi sul fuoco. Vivienne adesso era alle prese con il suo telefonino, aveva deciso di cancellare tutti i contatti delle persone che l’avevano abbandonata. Ero incazzato e le dissi: “ma insomma, ma perché piombi a casa mia facendomi credere che vuoi ammazzarti e poi ti sei presa il Maalox? Ma che modo di fare è? Bussavi e parlavamo lo stesso, ti avrei fatto compagnia come sempre. Che motivo c’era di inventarsi l’ennesima minchiata?”.

Vivienne accusò il colpo, l’avevo mortificata, per la prima volta mettevo in discussione quello che diceva. Mi disse che ero insensibile, che evidentemente non avevo mai sofferto per amore e che la nostra amicizia finiva lì e che non l’avrei vista mai più. Provai a ribattere ma in un lampo si alzò dal divano, sbatte la porta d’ingresso e si rintanò in casa sua. Il mattino seguente, prima di andare in radio, bussai alla sua porta per vedere come stava, ma non mi rispose. Le inviai un sms, ma niente. Quella sera, quando tornai a casa, riprovai a cercarla ma non riuscii ad avere sue notizie. Il giorno seguente, era venerdì, sarei dovuto partire per tre giorni per dei concerti ad Ancona, Perugia e Urbino. Preparai il mio trolley, controllai l’usura delle corde del basso e prima di uscire feci un nuovo tentativo. Questa volta, anziché bussare, accostai l’orecchio alla porta e sentii chiaramente che stava parlando al telefono. Era viva. Decisi di non disturbarla, io sarei mancato tre giorni, il tempo perfetto per fare sbollire la cosa. Lunedì sera, al rientro, avrei comprato un paio di birre, qualche trancio di pizza e la farinata di ceci della pizzeria pakistana che le piaceva tanto, sarei andato da lei, mi sarei fatto raccontare le ultime novità, ci saremmo visti un pezzo di Processo del Lunedì su 7 Gold e tutto sarebbe tornato come prima.

Invece il cancello di ferro sul pianerottolo era chiuso e non lo era stato mai. Percorsi il corridoio che avevamo in comune: a sinistra la porta del suo appartamento, a destra la mia. Abbassai lo sguardo, c’era una busta di carta gialla, di quelle grandi che si usano per spedire documenti, all’interno un mazzo di chiavi di casa e un biglietto con scritto “adieu et merci…Vivienne”. Non la rividi mai più.

La cultura del sospetto

Chissà se questo andazzo di mettere in discussione la scienza, di confutare i progressi che la civiltà ha faticosamente acquisito nella medicina, nelle scienze sociali, nell’ingegneria e negli altri campi dell’attività umana, ha una correlazione con il ritorno in Tv delle televendite.

Dopo il boom degli anni ’80 – ’90, gli scandali, le truffe, il mago Do Nascimento e il forzato dimenticatoio, molti canali televisivi sono tornati a dedicare fasce importanti di palinsesto alle televendite. “Picciotti, i tempi sono maturi – avrà detto qualcuno – riproviamoci, cafuddiamo e vediamo che succede.” Sono andato a vedere i dati e in Italia, quello dei prodotti in tv, è un mercato in continua crescita che nel 2019 ha mosso affari per quasi un miliardo di euro.

Ma C’è una relazione tra i No Vax e il Rotowash? Tra il Gruppo Bildeberg e il pettine Magic Harry? Tra Soros e Chef Tony? Cosa lega Russiagate con il ritorno sul mercato di Shogun, i coltelli giapponesi forgiati con una lega segretissima?

La mia televendita preferita, insieme al party improvvisato del frullatore Magic Bullet, è sempre stata quella del Superpanno Magico. C’era un uomo che diceva una cosa tipo: “con il Superpanno Magico non dovrete più svegliarvi un’ora prima per andare ad asciugare tutta l’acqua che di notte si è andata ad accumulare sotto i mobili”. L’intento era dimostrare come rispetto a un panno tradizionale, il Superpanno Magico riuscisse ad assorbire quantità smodate di liquidi e in una sola passata. Nel tentativo di rendere il prodotto indispensabile ai consumatori, la narrazione si faceva distopica e descriveva un mondo in pericolo, invaso dall’acqua, una civiltà costretta a vivere rifugiata, in costante conflitto con la natura. Ogni giorno, la massaia era costretta a raccogliere acqua e asciugare superfici, contro tutto e contro tutti. Ogni giorno la massaia sopravviveva solo grazie al Superpanno Magico.

Come quella massaia lì, viviamo in un’epoca di paura e sospetto. Un certo tipo di comunicazione ha minato le basi della conoscenza condivisa sostituendola con una artificiale dove il normale, l’ordinario, lo scientificamente provato, sono diventati qualcosa da guardare con diffidenza. Il paradosso è che molto spesso, chi sviluppa questo criterio interpretativo della realtà, chi si abbandona al sospetto, finisce poi per rifugiarsi nell’improbabile, nel totalmente inattendibile e acquista a 59,99 euro, un frullatore alimentato a corda con la convinzione che quel minuscolo robot da cucina sia così potente da ridurre in polvere un blocco di granito in pochi secondi. Ma come si fa… ma se fosse vero, nessuno ha pensato a come questo mostro ridurrebbe le nostre verdure?

Gourmet

Illustrissimo ristoratore,

ho apprezzato la cura che hai messo nell’impiattamento, ma la tua “Spicola in sassa di limone con veddure croccanti” purtroppo era molto deludente. Quando con sei venuto a chiedere se stava “antanto tutto pene”, con molto tatto ti ho fatto notare che la “spicoletta” era stopposa, la “sassa” di limone, slavata e le verdure erano tutto fuorché croccanti. Ti sei offeso a morte rimarcando stizzito che da te non si lamenta mai nessuno e che evidentemente era un problema solo mio. Non sei più passato dal mio tavolo e mi hai fatto pervenire il conto – rigorosamente su foglietto a quadretti – ancor prima che l’avessi richiesto. Quando ti ho raggiunto alla cassa per pagare e ti ho chiesto la ricevuta mi hai lanciato uno sguardo di odio e hai bofonchiato: “manco il limoncello ci offro”.

Il piano B

Rappresentazioni Classiche: è stallo tra Parco Archeologico e Inda. La richiesta di un canone maggiorato è giudicata troppo esosa dal Dramma Antico e mette a rischio la stagione teatrale. Per cercare una soluzione alternativa d’emergenza – nel caso dovessero fallire i tentativi di mediazione con il direttore del Parco e con il Presidente Musumeci – il Cda dell’Inda si è riunito in seduta straordinaria senza però raggiungere l’unanimità nel voto. L’idea del Sovrintendente Calbi, di allestire gli spettacoli presso la pizzeria Dafne, è stata soppiantata dalla proposta del Sindaco Italia che gli ha preferito il dehors del mulunaro Parisi. Già pronta la campagna Adv commissionata ad una importante agenzia di Milano: “Se il teatro classico vuoi gustare da Parisi devi andare… Tragedia con prova.”.

 

Salutamu

Veramente vorreste dirmi che solo a me “Why your next vacation should be in Sicily”, l’articolo apparso sulle pagine on line della sezione travel del Washington Post, è sembrato banale, scontato e zeppo di luoghi comuni e di inesattezze? Ma davvero nel XXI secolo si può ancora suggerire di venire in Sicilia e di usare “salutamu” al posto di “buongiorno” o di un più colloquiale e semplice “ciao?”.

L’ho letto due volte per vedere se mi sfuggiva qualcosa, se non riuscivo ad afferrarne l’importanza, se  il testo nascondeva un modello stratificato che le mie nozioni di semiotica non riuscivano a scalfire, ma niente, anche dopo la seconda lettura il sentimento di delusione non è mutato. Anzi, mi è salito  “u nibbuso” perchè non riuscivo a capacitarmi del perché avesse ottenuto un tale tam tam mediatico anche sui canali istituzionali. Tra l’altro su Siracusa dice proprio due cose in croce, le solite: Teatro Greco, Tempio d’Apollo, Orecchio di Dionisio, Piazza Duomo, insomma, le uniche attrazione che qualsiasi turista, anche il più sprovveduto, visiterebbe comunque, anche solo per sbaglio.

Ma se da un lato latitano le informazione storico culturali, dall’altro, l’articolo è zeppo di nozioni socio-antropologiche. Per esempio tiene a sottolineare che anche quando la Mafia governava la Sicilia, la maggior parte della popolazione non era affiliata ad una cosca ma viveva comunque sottomessa al crimine organizzato. Sarà per questo che suggerisce di non fare battute sulla Mafia e visto che ci siamo, di non fare riferimento ai siciliani come se fossero italiani. Prendiamone atto.

Purtroppo non sono obiettivo, ma quando i musicisti tradizionali siciliani (Bummolo, tamburelli e fischietti assortiti) entrano in pizzeria, mi prende lo sconforto e la depressione, però, voglio dire, la Sicilia ha una tradizione musicale di tutto rispetto, non dico che nella sezione playlist uno debba metterci per forza Scarlatti o Bellini, ma che so, Marcella e Gianni Bella? Il Maestro Battiato? Roy Paci o Colapesce per rimanere nell’attualità? Niente, l’articolo suggerisce invece di attraversare la Sicilia in auto, con 40 gradi all’ombra, ascoltando musica folkloristica con la ciaremella. Però, a sua discolpa, infrange un mito d’oltreoceano e tende a chiarire, una volta per tutte, che purtroppo la colonna sonora del Padrino contiene solo lievissimi accenni alla tradizione musicale siciliana e che quindi non può considerarsi tale.

Infine, scopriamo che in Sicilia la lingua italiana è compresa e questo è molto rassicurante. Mettetevi nei panni della signora Esther Winger, una casalinga della Virginia che ha passato tutti i martedì sera, per tre mesi, a prendere lezioni di italiano nel retro della parrocchia di padre Talbott. Da anni voleva organizzare un viaggio in Sicilia e finalmente si era decisa, aveva convinto suo marito Dereck e l’amica del cuore Lucille, rimasta vedova. Poi un giorno al market di Mr Pomeroy, un piazzista di lucido da scarpe Perryman se ne esce con ‘sta cosa che in Sicilia non si parlerebbe manco l’italiano. Sai che collera! La signora Winger non vuole credere alle sue orecchie, ma quello, il piazzista, insiste e dice che suo cugino, l’anno scorso, è stato a Palermo e pure a Ficarazzi a trovare dei parenti e assicura che da quelle parti l’italiano non lo conosce nessuno. A Esther crolla il mondo addosso, che fare? Torna a casa, ripone la spesa, suo marito Dereck si accorge che qualcosa non va ma lei non gli da nemmeno il tempo di chiedere, si tira dietro la porta ed esce di nuovo. Si dirige verso la biblioteca Warren dove con la sua tessera da casalinga può usufruire gratuitamente di una postazione internet. È fuori di se, vuole cancellare le prenotazioni, è disposta perfino a perdere dei soldi, non le importa più niente. Clicca sul browser e si apre l’homepage del Washington Post, lì in bella vista, nella colonna di destra, compare l’articolo sulla Sicilia. Esther lo legge e in un attimo la tensione si scioglie, lo legge più e più volte, il personale della biblioteca le fa presente che è tardi e stanno per chiudere. Prima di uscire Esther stampa un paio di copie dell’articolo, una vuole darla a Lucille. Fa ritorno a casa, cammina tranquilla godendosi ogni passo, non ha nemmeno preparato la cena ma pazienza, stasera accomoderanno. Entra in casa, ad aspettarla c’è Dereck, la guarda preoccupato, lei ricambia lo sguardo e sorridendo gli dice: “salutamo.”. Dereck resta serio, sta morendo di fame e risponde: “salutamo ‘sta minchia!”. 

Emperador Francisco

Il sindaco Francesco Italia ha incontrato Rodriguez Ruiz, il Ceo cubano della multinazionale Havana Club. Firmato l’accordo per la produzione e la commercializzazione di “Emperador Francisco”, il cocktail on the rocks su base Rum, con latte di mandorla, limone femminello, olive cunzate e una lacrima di ogghiurepipi. La bevanda, che ha già suscitato l’apprezzamento da parte dell’International Bartenders Association, sintetizza la sontuosa magnificenza della cultura siracusana: il furto del limone, la brace dei peperoni dell’ambulante a centro di strada e la delicata essenza dei condimenti di un paninaro su ruota.

L’offerta Gastronomica

Quando ordino il fritto misto e mi portano solo i calamari e io lo faccio presente e il proprietario se la prende come se lo avessi offeso o quando ordini due piatti di pasta e mezzo litro di vino della casa, chiedi il conto e il gestore arriva sorridente e compiaciuto porgendoti un foglietto a quadretti dove con un tratto di penna ha sbarrato 72 euro e sotto c’ha scritto 35, come se uno sconto del genere fosse credibile. O ancora, quando dopo una cena mediocre, il proprietario ti chiede: “Allora come è antata?” e se tu gli dici che non è andata poi così bene, risponde sempre piccato: “Qui ta noi non si lamenta mai nessuno!”, oppure “Noi la pasta alla siracusana la facciamo così”. Per carità, va bene, ma se poi ti offendi, allora non mi chiedere niente.

Per non parlare del vino e del suo rituale spesso immotivato.

– Chi lo assaggia?

– Guardi, non è il caso, è una bottiglia senza pretese, tra l’altro la conosciamo benissimo, a posto così.

– No, insisto!

Allora ti tocca la pantomima dell’annusata, lo sguardo attraverso un calice sbagliato, il sorso contenuto e l’immancabile sorriso con cenno d’intesa:”perfetto, grazie.”. Solo una volta ho azzardato un timido “guardi, francamente è molto acido e sa di tappo.” per ricevere in tutta risposta un perentorio: “Pultroppo non ci possiamo fare più niente, non ce lo posso campiare pecche ommai l’abbiamo apetto”.