Checkpoint Ciane

L’intervento dell’esercito in Sicilia, chiamato per aiutare le forze dell’ordine a fare rispettare quattro prescrizioni elementari, è la dimostrazione di come da queste parti, il buon senso, il bene comune e il rispetto delle regole siano ancora visti come qualcosa di inutile, d’irrilevante, stronzate ad uso e consumo dei più stupidi. Loro invece, i furbi, gli spacchiosi, di regole e prescrizioni se ne fottono. Hanno sempre fatto così e alla fine, gli è sempre andata bene. L’emergenza Coronavirus non è che una parentesi, un esempio lampante di un modo di vivere molto diffuso: sono quelli che non hanno mai fatto un sacrificio, che sono evasori totali ma pretendono la sanità pubblica gratis, parcheggiano negli stalli dei disabili e gettano dal finestrino il pacchetto di sigarette vuoto, lavorano in nero e prendono il reddito di cittadinanza al posto di qualcuno veramente bisognoso o campano con i soldi della pensione della nonna e se la sparano in Gratta e Vinci e sale scommesse. Sono imprenditori che non sanno cosa voglia dire fare impresa, campano di imbrogli e guidano giganteschi Suv di cui non pagano le rate, sfruttano il lavoro dei disgraziati che hanno la sventura di incontrarli. Sono quelli che dicono “e io pago”, ma non pagano mai niente. Sono i primi a mettere la bandiera italiana, parlano di patriottismo ma sono vigliacchi e sempre pronti a scaricare qualsiasi responsabilità sugli altri: immigrati, politici, Europa, mondo. 

I militari avranno l’ordine di sparare alle gomme? Attueranno dei rastrellamenti? Ci saranno coprifuoco e checkpoint? insomma, riuscirà l’esercito a debellare questo mix esplosivo di strafottenza e ignoranza? Io credo di no. Si tratta di un processo troppo lungo e che necessita di tempo e pazienza. C’è un problema culturale grande quanto una casa e servirebbero più maestri e più insegnanti capaci di innescare una trasformazione antropologica nelle prossime generazioni. Abbiamo comprato armamenti e  caccia F35 e invece avremmo dovuto investire in istruzione e sanità. Anche perché, non so se vi ricordate, ma l’ultima volta che c’è stato l’esercito sulle strade siciliane, i detriti di Capaci e di via D’Amelio erano ancora fumanti, e sui balconi, le persone avevano esposto le immagini di Falcone e Borsellino. C’erano questi ragazzi in divisa, fucile in spalla, che presidiavano crocicchi e punti sensibili, stavano fermi, immobili, ore e ore di piantone in attesa di una camionetta che li rilevasse per dargli il cambio. All’inizio la popolazione accusò il colpo e qualcuno cominciò ad indossare il casco. Dopo due giorni non incutevano più nessun timore, erano diventati elementi d’arredo; una settimana dopo, la gente ci posteggiava la vespa davanti (così nessuno me la fotte); dopo due settimane i malacarni sugli scooter gli sfrecciavano davanti, tiravano uova e petardi, stampavano dei gran crigni e gli gridavano: “Suca” oppure, facendo schioccare le dita: “scoppia bastaddo!”.

Il grande cinema Pitacorico ai tempi del Coronavirus – Seconda Parte

I Predatori dell’H Perduta

Arrivano dal nulla, sono in mezzo a noi, non sentono ragioni, non riconoscono competenze e autorità, non capiscono quello che leggono e non riescono a scrivere un pensiero di senso compiuto. Sono suscettibili, incazzusi e hanno la pretesa di avere la verità dalla loro parte. Cosa succede quando un tranquillo forum Facebook di provincia viene preso d’assalto da una banda di analfabeti funzionali? Tutte le contromisure di buon senso saranno inutili e chi proverà a dialogare verrà annichilito. I Predatori dell’H Perduta è un cannibal horror, violento e crudele che veicola un giudizio negativo sul mondo dei social e sulla scuola pubblica. Il finale aperto ha fatto sbizzarrire la critica che è pronta a scommettere su un sequel.

La La OpenLand (Il Musical)

Un cast stellare e una storia coinvolgente che hanno garantito al film ben 9 nomination ai Villa Reimann Awards. Ilary e Kevin sono due cantanti neomelodici che si incontrano per caso su una chat di Whatsapp utilizzata per segnalare i posti di blocco delle forze dell’ordine per l’emergenza Coronavirus. Tra conversazioni zoppicanti, emoticon a muzzo, gattini e tazzine di caffè, tra i due nascerà un amore profondo e disarticolato. I due amano trascorrere tutto il loro tempo cantandosi struggenti frasi d’amore in videochiamata o scattando selfie che si inviano a vicenda. I giorni trascorro lenti e sempre uguali e dopo la chiusura del Grande Fratello Vip, i ragazzi avvertono con sempre maggiore pressione il desiderio di incontrarsi di persona. Ma come fare? Il DPCM parla chiaro e vieta qualsiasi tipo di spostamento. Quando la speranza sembra ormai persa, Savvuccio, un giovane boss emergente uscito dal carcere, contatterà Kevin ingaggiandolo per per un festone clandestino e segretissimo all’OpenLand. Kevin accetterà il rischio ma ad una condizione: poter dividere il palco con la sua amata. La notte della festa, qualcosa sembra andare storto: Ilary è in ritardo e non risponde al telefono, ma Savvuccio non sente ragione e ordina che lo spettacolo abbia inizio. Kevin è sul palco, è confuso, ha il cuore a pezzi, inizia a cantare ma non riesce a trovare l’intonazione, stecca, sbaglia delle parole, confonde i testi e il pubblico di malacarni rumoreggia, comincia a fischiare. Kevin si sente con le spalle al muro ma da nulla, un acuto impazzito sottolinea l’arrivo di Ilary, i due si abbracceranno e in duetto termineranno la hit neomelodica. Un applauso scrosciante farà da cornice a un lungo bacio appassionato che suggella l’amore tra i due cantanti, un momento prima che i lacrimogeni sparati dalla polizia facciano disperdere gli intervenuti campagne campagne nel tentativo di sottrarsi alla retata.

Auchan Buyers Club

Sono stati abbandonati senza remore, lasciati da soli, buttati fuori di casa per fare spazio a nipoti impenitenti con le zite piene di tatuaggi. Li hanno depredati dei propri risparmi e infilati in una fatiscente casa di cura dalle parti di Villasmundo. Sono i nanni di Auchan Buyers Club, organizzati, spietati, pronti a tutto. Erano con le spalle al muro ma hanno deciso di reagire: affanculo il Coronavirus, non ci fermerete! Ciccio, Iano e Bice sono tre ultraottantenni che scorrazzano per le strade della città su una Seicento bianca senza revisione. Forzano posti di blocco, violano tutti i protocolli di sicurezza e soprattuto vanno a fare la spesa giornalmente e tutti insieme all’Auchan. La critica ha già gridato al capolavoro, tra citazioni di Bertolucci e Truffaut, il film è un affresco spietato dei nostri giorni. Il finale- chiaro omaggio a Thelma e Lousie – è mozzafiato e allo stesso tempo struggente, con lo sputo dissacrante di Iano a un Carabiniere e la fuga in macchina verso la pista ciclabile e l’infinito.

Chicci tutela ha noi? – Il glossario dei commenti social sull’emergenza Coronavirus (seconda settimana)

– Sono tutti inciro perchè la gente sono ignorante e anno la testa di cippo

– Mpare cicio italia si u megghiu!!!

– Concorto

– Sieti un pugno di leccaculo del sindaco quanto vi a comprato a dieci euro

– Tre ore che parli e una cosa importante manco l’hai detta ma come siamo messi a coronavirus a siracusa? Risponde

– Quanto aprino i parrucchiera? Grazie

– Alla farmacia di bosco minniti i vinnunu sti tampone?

– Ammucciuni davanti a casa mia anno costruito un palazzo tanto

– Vi scordaste di pulizziare u viale tika bastardi

– Sindaco mascherini darli a genti che pacano tasse 

– Posso andare alla villetta a terrauzza per controllare che non ano entrato i latri?

– Devi fare stare le persone alle case se non te la firi dimettiti

– Sindaco provveda a mantare le forze dell’ordine al viale Santa bonacia su tutti o bar schifio

– Dice che u brico di via erolina e chiuso mente quello de l hauscan e aperto e vero?

– Santificate l’isola no solo ortiggia

– Viale zecchino sta parendo quando ce la festa del sagro cuore

– Sindaco dovete pacare le bollette

– Ma.per le bollete cosa succete se adesso non le pachiamo appoi le pacheremo anche le bollette che non si pagano adesso o ci mettono puri gli interessi?

– Minchia 600 euro pezzi di pillirini

– Si ruppe a paletta ra scupa la posso comprare a supermercat o solo cose di manciare?

– #restocaso #restacasa #iorestoacaso

– Ma cu spacchiu sì ET?

– Andrà tutto pene

– Occhio a quelli che si anno pigliato a quarantena e fano finta ca su normali

– U sai come si risolve i pobrema della pista ciclabali pirate no culu a tutti pari pari senti a me a

– Chicci tutela ha noi

– Cala u volume ce l’autio che fa effetto ego

– L’audio rimpompa

– Dobbiamo brindare tutta l’isola

– Ouh santificazione a tempesta

Il Trasferimento

Quando al penultimo anno di liceo, si sparse la voce che il nostro professore d’italiano e latino era stato minacciato da un balordo, di notte, a casa sua e che spaventato, aveva deciso di chiedere il trasferimento, sprofondammo tutti in un silenzio angosciato e surreale. Sì, perché il professore era un uomo anziano, mite, di una gentilezza disarmante e saperlo così spaventato, così provato da questa esperienza terribile, anche se non lo dava a vedere, era uno strazio. Chi poteva volergli male? Chi poteva metterlo sotto pressione in questo modo? Non certo un alunno, questo era fuori discussione. Il professore di italiano e latino era il meglio che si potesse chiedere: generoso in termini di voti, comprensivo sui malori strategici e sui finti decessi dei parenti più stretti che coincidevano con interrogazioni e compiti in classe e sempre disposto al dialogo e alla mediazione.

Era un conservatore, un uomo fondamentalmente di destra, leale e buono, troppo buono. Era un liberale cattolico che ammirava Scelba e che nulla aveva a che vedere con quell’anticonformismo di alcuni insegnanti di filosofia che avevano addosso l’aura dei rivoluzionari trotzkisti, né la prosopopea di quegli insegnati iscritti alla Cgil, che andavano per la maggiore. Eppure, tutti gli volevano un gran bene. Il suo concetto di didattica valicava i programmi ministeriali ma non perché il professore azzardasse – una volta gli chiesi se fossimo arrivati a fare Pasolini e lui candidamente mi rispose che non credeva si potesse insegnare al liceo – ma perché, piuttosto, si basava su un’idea di autogestione e di responsabilizzazione attraverso la quale, ciascun giovane alunno, avrebbe potuto maturare e comprendere le regole dello stare in classe e nel mondo. La cosa a dire il vero non funzionava sempre, perché a quella età, a me, di come stare al mondo mi interessava molto marginalmente, quello che mi interessava era andare alle feste malve, suonare il basso nel mio gruppo grunge e prendermi la patente per avere un mezzo di trasporto con quattro ruote e contestualmente un luogo dove potermi appartare con le ragazze. 

Durante le lezioni, il professore ci concedeva grande libertà: potevamo andare in bagno senza chiedere il permesso, ci permetteva di stabilire i calendari delle interrogazioni e di concordare con lui le date dei compiti in classe. Noi eravamo dei parassiti, delle sanguisughe, degli esseri ignobili che cercavano di ottenere sempre di più senza dare in cambio niente. Il professore lo capiva benissimo ma la sua indole di educatore zen lo portava a sopportare qualsiasi tipo di prevaricazione. 

Una domenica, ad esempio, organizzò una gita extrascolastica per mostrarci il suo paese natale, partimmo in pullman, eravamo due classi, le sue due classi. Fu una giornata piacevole, trascorsa tra le stradine in salita del borgo montano, la messa nella chiesa madre che io ed altri disertammo e un pranzo a menù fisso in una trattoria del posto. Non ricordo bene cosa successe esattamente, ma venne fuori che c’era stato un problema con il noleggio del pullman. Mancava una somma e l’autista, un gran pezzo di malacarne, scontroso e attaccabrighe, chiese la differenza in contanti, altrimenti, minacciava di lasciarci lì. A tutti era piuttosto chiaro che questo tizio si stava approfittando di noi, ma il professore intervenne con i suoi modi garbati e mise la differenza di tasca propria. Era convinto, ci confidò, che una volta venuto a sapere di questo spiacevole episodio, il sig. Amato (uso un nome di fantasia) titolare della ditta di autotrasporti, e noto mbrugghiuni e sautafossi, ci avrebbe contattati per chiedere scusa e rifondere il maltolto. Per un paio di settimane, prima di ogni lezione, il professore chiedeva a Carla, la mia compagna di classe che aveva noleggiato il bus, se il Signor Amato, per caso, si era fatto vivo. La risposta, ovviamente, era sempre negativa ma lui, non demordeva, e rispondeva: “non ti preoccupare, chiamerà domani”. Era fatto così.

Quell’anno scolastico fu caratterizzato da un continuo cambio di aule: dal piano terra passammo al primo, poi al secondo piano corridoio di destra, infine, in primavera, poco prima della fine dell’anno, fummo spostati nell’ultima classe in fondo al corridoio di sinistra. L’aula aveva delle ampie finestre, posizionate ad un’altezza superiore rispetto al normale. Non ci si poteva affacciare perché queste, davano su un lastricato solare che era la copertura della vecchia palestra. Ho questo ricordo indelebile di una lezione piuttosto monotona che aveva a che fare con un canto del Purgatorio di Dante, dalle finestre alte filtrava la luce del sole e la temperatura esterna era mite e invitante e così, uno dopo l’altro i ragazzi della mia classe – mentre il professore era piegato sul testo a leggere, emozionato, di Beatrice che congeda Virgilio e ne prendeva il posto – si alzavano silenziosamente, si avvicinavano alla finestra alta e scavalcavano raggiungendo il lastrico solare dove si adagiavano a prendere il sole come foche spiaggiate. La classe si stava svuotando, il professore continuava appassionato a leggere terzine di endecasillabi e dal terrazzino, il timbro della sua voce pareva un mantra, interrotto solamente dagli “uh” di sforzo dei ragazzi che si issavano sul davanzale della finestra e da quei “fapfapfap” delle scarpe da ginnastica dei più bassi che sfregavano sul muro. Io ero stato uno dei primi a salire sul tetto, ma la scena della classe che si svuotava così velocemente mi colpì profondamente tanto da decidere di calarmi dentro. Non lo facevo per me, lo facevo per il rispetto nei suoi confronti. Pensai a come poteva sentirsi quest’uomo che nel bene e nel male, dava tutto se stesso per l’insegnamento, pensai a quanto dovevamo essere ingrati per tradire così la sua fiducia, ai voti alti che mi metteva nei temi e a come inascoltato, mi spronasse a scrivere. 

I rumors delle minacce e della richiesta di trasferimento arrivarono un sabato mattina, in questo clima di giubilo perenne e fu davvero un fulmine a ciel sereno che rabbuiò gli animi di tutti. Se il professore fosse andato via sarebbe crollato il nostro intero mondo, ci avrebbero mandato un altro insegnate con altri metodi, altri voti, con la pretesa di darci il permesso per uscire dalla classe o di stabilire lui, da solo, le date dei compiti in classe. Ci organizzammo per un’assemblea pomeridiana, vennero tutti, anche quelli dei paesi, che normalmente tornavano a casa e il pomeriggio non si facevano vedere mai. Con mia grande sorpresa le più preoccupate erano le ragazze, le prime della classe, quelle che studiavano sempre, quelle che mai avrebbero scavalcato una finestra per prendersi il sole e che però avevano già programmato il loro futuro. Presero la parola e ci dissero che il problema era serio e andava affrontato con tempestività perché se il professore andava via, noi avremmo perso la nostra libertà, ma loro, rischiavano di vedere sfumare il futuro che avevano pianificato così bene, fatto di massimi voti alla maturità e dell’ingresso nelle prestigiose Università a numero chiuso. Discutemmo a lungo ai tavoli del bar del Duomo, la maggioranza di noi conveniva che non poteva trattarsi che dell’autista della gita in pullman. Però, insomma, non era una cosa semplice da risolvere, quello era un gran malacarne e sicuramente aveva deciso di spillare altri soldi al professore. “Denunciamo il fatto alla polizia.” diceva qualcuno, “no, no, non abbiamo prove – sosteneva qualcun altro – dobbiamo farlo uscire allo scoperto.”. Alla fine optammo per una sorta di ronda, un cordone di sicurezza attorno al palazzo del professore per notare movimenti sospetti, riconoscere e fotografare l’uomo e nel caso, extrema ratio, intervenire. Non sarebbe stato semplicissimo perché noi ragazzi, in classe, eravamo una minoranza, saremo stati una decina e tranne uno, eravamo tutti minorenni e senza patente. Cinque, inoltre, venivano dai paesi della provincia, si erano già fermati oltre orario il pomeriggio e quindi sarebbe stato inutile prenderli in considerazione. L’appuntamento fu fissato alle 22:00 sotto la casa del professore, arrivai in Vespone, con i fari spenti come convenuto. Sul posto c’era già l’Alfa 33 di Leonardo con a bordo gli altri elementi del commando, mi fecero cenno con gli abbaglianti, issai il Vespone sul cavalletto e li raggiunsi, quatto quatto, in macchina. Eravamo molto tesi ma anche divertiti come ci si diverte solo a quell’età. Cominciammo a fumare e ad organizzare il nostro piano d’azione. Luca si piazzò dietro un Suzuki Vitara con la macchina fotografica di suo padre e il teleobiettivo, io avevo il compito di fermare chiunque si avvicinasse al portone del condominio del professore e con la scusa di accendere una sigaretta, l’avrei dovuto fare voltare a favore di macchina fotografica; Gianni e Leonardo sarebbero rimasti in auto, pronti ad intervenire se qualcosa andava storto. Leonardo aveva il crick a portata di mano. Non passava nessuno, il ronco del Professore era completamente deserto, nemmeno una pizza d’asporto, nemmeno una coppia di ritorno dal cinema, niente. Stavamo per mollare e tornarcene a casa quando una figura con un giubbotto con il bavero alzato e un cappellino da baseball calcato in testa girò l’angolo. Il tizio si dirigeva proprio verso il portone del professore ma si muoveva circospetto, o almeno così mi sembrava, Io avevo il cuore in gola. L’uomo si fermò davanti alla pulsantiera del citofono, io spuntai fuori dal buio e chiesi: “mi scusi, ha da accendere?”, ma avevo la gola secchissima e mi uscì una specie di rantolo sofferente, l’uomo ebbe un sussulto di spavento e si voltò di scatto, io trasalii e istintivamente feci un passo indietro, Luca da dietro il Vitara cominciò a gridare: “È lui! È lui!”. Leonardo mise in moto l’Alfa 33 e partì sgommando verso di noi, suonava il clacson come un pazzo, Gianni brandiva il crick e gridava: “bastaddo!”. L’uomo era terrorizzato e cominciò a correre, si mise a gridare: “Aiuto! Aiuto!”. Alcune finestre che davano sul ronco si accesero, qualcuno uscì sul balcone. “S’è cacato addosso! – esultava Leonardo – andiamolo a pizzicare, diamogli la bella”. “Ma che cazzo dici? – cercai di dire con un tono autoritario mentre ridevo – leviamoci di qua che si stanno affacciando tutti. Vediamoci dietro la scuola”. Luca salì in macchina, io accesi il Vespone e sparimmo. Ero l’unico a dire che avevamo sbagliato e che quello era un povero cristo che non c’entrava niente. Luca invece ne era certo: “L’ho fotografato, l’ho visto benissimo con lo zoom! Cazzo era lui al 100%.”. “Lunedì porto il rullino a sviluppare da Valvo, lo pago io, non mi interessa, e poi vediamo chi ha ragione.”. Ci lasciammo così, con la parola di tenere la cosa per noi fino a quando non avremmo avuto le prove certe. Invece quando il lunedì arrivai a scuola, i miei compagni si erano sparati la chiappera e per farsi belli con le ragazze, raccontavano di delinquenti messi in fuga, inseguimenti mozzafiato e scontri a fuoco. Leonardo era il più su di giri, già di suo era fissato con armi da fuoco, sopravvivenza, arti marziali estreme e questa esperienza lo aveva caricato a molla e voleva raccontare tutto. A terza ora arrivò il professore, io cercai di dissuaderlo, di prendere tempo, di aspettare le fotografie per avere un riscontro certo ma lui non voleva sentire ragioni. Si lanciò in un discorso confuso e zoppicante, per fortuna la prese molto alla larga, disse o cercò di dire che tutti i problemi hanno una soluzione, che non si doveva sentire da solo, che la storia delle minacce era finita e che non c’era motivo per chiedere alcun trasferimento. Il professore lo ascoltava allibito e alla fine chiese: “ma quale trasferimento?”.

“Professore, non ci deve lasciare, ci rovina. Abbiamo risolto tutto e nessuno la minaccerà più”.

“Leonardo ma che minacce? Non ti capisco.”.

“Ma come quali minacce? Quelle dell’autista di Amato, il bastardo c’ha riprovato ma è scappato, l’abbiamo fatto scappare, non ci prova più. Stia tranquillo, è finita.”.

“Leonardo, non ho capito niente del tuo racconto e comunque sai che apprezzo il vostro modo di scherzare e la vostra giovine creatività, ma al contempo, sai benissimo che detesto la violenza e le storie che la usano come espediente narrativo fine a se stesso. La violenza è una cosa atroce che si manifesta anche quando nessuno se l’aspetta. Lo sapete che sabato sera un signore che abita nel mio palazzo è stato aggredito da dei balordi? Pensate che ai tempi di Scelba sarebbe mai potuto succedere?”.

In classe calò il silenzio, io feci un cenno agli altri del commando come a dire: “appena inizia la lezione, andiamo in bagno e ce la discutiamo.”, poi Marilena prese la parola e chiese: “Professore, mi scusi, ma quindi non è vero che ha chiesto il trasferimento?”.

“Ma che  trasferimento e trasferimento,  tra due anni vado in pensione…che motivo avrei? Avanti, bando alle ciance, oggi abbiamo letteratura latina, chi vuole leggere Tacito? Anzi, prima di iniziare, visto che me lo avete ricordato… Carla, il signor Amato ha chiamato per chiedere scusa?

“No professore, non ancora, mi dispiace.”

“Non fa niente, chiamerà.”.

È Stretta sui treni a lunga percorrenza: si moltiplicano i controlli

– Buongiorno, prego documenti…

– Eccoli Appuntato

– A che ora è partito e da dove?

– Alle 22:10 da Milano

– Viaggia da solo?

– Sì

– È al corrente dell’epidemia di Coronavirus e del divieto di spostamento se non per esigenze indifferibili?

– Sì

– Motivo del viaggio?

– Mia mamma ha fatto gli arancini!

– Ok, Puó andare. Avanti un altro.

Io mancio italiano

La lettura del tuo messaggio, credimi, mi ha riempito il cuore di gioia. Ho riso di gusto come non mi capitava da qualche giorno e per questo ti ringrazio. In tempi duri come questi, la tua offerta commerciale va premiata, affanculo gli errori. Evviva la tua decisione di scommettere sul terziario: una porta che si spalanca sul futuro, una ventata di aria fresca in una città di saracinesche chiuse. Tieniti pronto, accendi quei forni, perchè giuro che lunedì ti chiamo, anzi ti mando un messaggio wutzupp perchè due scacciate cu l’aiti (ce l’hai?) e una teglia di pizza cenuina non me le leva nessuno! Ah, pacherò in contanti… Cordialità.

Chiariamo una cosa

Chiariamo una cosa: il tuo senso civico è pari a zero, sei solito parcheggiare sulle strisce o davanti agli scivoli dei disabili, lavori in una partecipata grazie a una raccomandazione grande quanto una casa, hai bivaccato da un bar all’altro in orario lavorativo, hai sempre votato i peggiori, ti stai assicurando ingiustamente una pensione immeritata, non fai la differenziata e quando la fai conferisci i rifiuti a muzzo, hai mandato i tuoi figli a studiare fuori e li hai fatti tornare di corsa e gli hai permesso di andare in giro fottendosene di qualsiasi precauzione, non paghi il condominio da anni e manco le tasse che non ti trattengono in busta paga e hai anche la faccia tosta di puntare il dito contro la sanità pubblica che arranca e di voler combattere il sistema marcio. Ehi! Pss, te lo dico sottovoce: il sistema marcio sei tu. Di che diavolo vai blaterando?

Il grande cinema Pitacorico ai tempi del Coronavirus – Prima Parte

The Walking Men

Un soggetto neorealista e una fotografia in bianco e nero fanno di The Walking Men, uno dei capolavori assoluti del cinema introspettivo. Il film-denuncia che narra le gesta di Iano Spampinato, un pensionato Enasarco scorbutico, strafottente e vizioso che, sprezzante dei numerosi DPCM che vietano espressamente di uscire di casa per futili motivi, si intestardisce, insieme ai suoi amici, a compiere il suo solito giro di bar e sale scommesse, scatarrando lungo il percorso e inveendo contro il Sindaco e polizia municipale, responsabili, a suo dire, della chiusura immotivata dei punti di aggregazione e del Bingo dei Pantanelli.

 

2020 Odissea nello Spaccio

Una pellicola avvincente e pluripremiata al “Via Aggeri Fiction Fest”. Emozioni, amicizia, desiderio e malacarni in un intreccio mozzafiato e adrenalinico. Seby e Ancelo, sono due tossici disperati e due personalità agli antipodi. Schivo, riservato, borghese e laureato alla Bocconi il primo; incazzuso, bugiardo e completamente analfabeta il secondo. I due si ritrovano completamente scoppi a vagare di nascosto per la città alla ricerca di una dose di droga. Il loro incontro casuale, davanti ad al cancello di ferro sbarrato per l’emergenza Coronavirus, dove il loro pusher di fiducia li riforniva quotidianamente, sarà l’inizio di un sodalizio criminale. Disperati, decideranno di unire le forze e stipuleranno un patto d’onore: Seby metterà a disposizione la sua Jeep Renegade per scorrazzare in città alla ricerca degli stupefacenti, Ancelo, metterà sul piatto le sue conoscenze e il know out da malacarne per trovare una nuova piazza di spaccio. Tra incredibili disavventure, fughe dalle forze dell’ordine e una serie infinita di purini che innalzano la tensione emotiva alle stelle, i due tossici si ritroveranno al cospetto di un pusher maghrebino con un ultima dose di stupefacente a un prezzo fuori mercato. che fare? Seby si propone di acquistarla a spese sue e di dividerla con l’amico in parti uguali. Ancelo è incredulo, aspetta che la compravendita sia andata e buon fine e colpisce Seby sulla nuca, gli sfila la droga, il denaro e si dilegua con la sua Jeep.

 

Voglia di Tenerezze 

Una thriller romantico ad alta tensione che narra l’intensa storia d’amore di Cetty e Santro, una giovane coppia di sposi in dolce
attesa del primo figlio. La quarantena a casa scorre senza particolari problemi tra una serie tv e videochiamata coi parenti di lei. Tutto sembra andare per il meglio, ma Cetty, comincia a mostrare i primi segni di disagio via via sempre più preoccupanti fino a quando, nel cuore della notte, sarà assalita dalla voglia irrefrenabile di mangiare un’intera confezione di Tenerezze del Mulino Bianco. Santro, mosso da amore appassionato e sincero, non se lo farà ripetere due volte e con una falsa giustificazione scritta a penna su un post it, uscirà di casa, sfidando i posti di blocco e i controlli delle forze dell’ordine, alla ricerca degli introvabili biscotti al limone. Quando tutto sembra perduto e la luce dell’alba comincia ad illuminare ciò che resta della notte, Santro avrà un’intuizione geniale e si dirigerà senza remore, verso la putìa della Fanusa.

 

Prossimamente:

I Predatori dell’H perduta

Lezioni di Banio

Auchan Buyers Club

La La Open Land (il musical)

Posticipato anche “Sassaemayoness” il festival dei paninari su ruota di Siracusa

Per far fronte all’epidemia di Coronavirus, slitta al 28 maggio anche “Sassaemayoness”, il festival dei paninari su ruota della città di Siracusa. Dopo l’Inda e le rappresentazioni classiche, un altro brutto colpo per la cultura in città. A darne conferma, in una nota alla stampa, i rappresentanti di Assopanini e Confcavallo. I biglietti acquistati restano validi per un Cavallo e sbizzero, un Cosciotto coi funchetti o un panino Maremonti + tabasco a partire da 28 maggio e fino al 30 giugno 2020. Tutti i consumatori che hanno acquistato in prevendita  riceveranno una vaschetta di patatine senza costi aggiuntivi. Per modificare le ordinazioni dei panini o sostituire e aggiungere i condimenti precedentemente scelti, è necessario contattare la segreteria, scrivendo una email all’indirizzo segreteria@sassemayonessfestival.org. Per sostenere i lavoratori impegnati alle piastre e alle friggitrici del festival e colpiti da un’emergenza straordinaria, Assopanini e Confcavallo chiedono di rinunciare al rimborso dei panini per chi non potrà partecipare alla kermesse: un piccolo sacrificio in cambio di una confezione monouso di sassaemayoness o un flaconcino di ogghiorepipi.